Presentazione “Paesaggio senza identità?”

di Virginio Bettini, Università IUAV di Venezia

Ritengo che la pubblicazione di Paesaggio senza identità? Per una geografia del progetto locale, ovvero gli Atti del Convegno del Monte Verità del 20-21 ottobre 2012, sia un fatto rilevante in quanto, dai diversi contributi che si trovano nel testo, emerge la possibilità di un’ulteriore implementazione di molti dei concetti proposti dai relatori.

 

Già nell’introduzione di Claudio Ferrata, nel paragrafo dal titolo Quale geografia per il progetto locale? si trova un passaggio significativo che vorrei sottolineare:

Ferrata sostiene “Piuttosto che rispondere alle leggi del pensiero lineare, il territorio richiama il caos e la complessità: da qui nascono le grandi difficoltà che incontriamo quando vogliamo gestirlo e trasformarlo”, un’affermazione che non può non richiamare alcuni concetti e pratiche proposte dal francese Serge Frontier nel suo testo di ecologia, in particolare nel capitolo in cui si propongono le 10 chiavi per l’analisi degli ecosistemi (Frontier, 1999).

Frontier sostiene che i modelli di caos e complessità emergono con evidenza nell’analisi e nella valutazione del paesaggio per il fatto che esso si struttura sulla base dei dieci parametri che sono la forza dei sistemi ambientali antropizzati:

 

1-      le interazioni

2-      le strategie, proprie dei sistemi complessi

3-      i flussi ed i cicli di materia e di energia, che sono i veicoli fisici delle interazioni

4-      le dinamiche, come condizione di stabilità e resilienza dei sistemi dinamici complessi

5-      l’informazione interna, contenuta nella diversità degli elementi, delle interazioni e delle funzioni

6-      l’occupazione dello spazio-tempo, in particolare il suo effetto sulle dinamiche

7-      la struttura gerarchica dei sistemi organizzati nello spazio-tempo

8-      le relazioni tra fisica del mezzo e biologia delle popolazioni

9-      l’evoluzione degli ecosistemi, che pone in evidenza l’alternativa crescita/sviluppo, nella quale si possono interpretare, in maniera ottimale, le perturbazioni e gli stress

10-  le interazioni tra ecosistemi, che si manifestano al livello d’ interfaccia e da cui risultano sistemi di ecosistemi o ecocomplessi.

 

Nel bel testo di Jean-Bernard Racine, Le paysage à l’épreuve de l’urbain, si fa riferimento all’analisi preliminare di ecologia urbana ed alla scoperta dei paesaggi della geografia delle città.

Racine ricorda il contributo dell’urbanista Bernardo Secchi, un collega da poco scomparso, per chiederci di ripensare la natura sulla base della nostra relazione con il paesaggio urbano e le sue metamorfosi. Una proposta che ci porta alla necessità di motivare e valutare i parametri e le leggi fondamentali dell’ecologia urbana, come già indicato da alcuni contributi delle scuole di urbanistica,, che ci hanno posto nella condizione di poter strutturare i parametri della geografia/ecologia del paesaggio sulla base dell’ecologia urbana (Bettini 1996, Bettini 2004, Alberti 2008). Esemplificativo il caso proposto da Racine in merito alle metamorfosi ed alle trasformazioni della città di Losanna, il che porta i geografi, attraverso l’analisi delle metamorfosi del paesaggio urbano, a riconoscere, in generale di avere, per abitudine e funzione, una certa considerazione per i paesaggi terrestri come espressione del legame dialettico tra sociale e spaziale.

Il contributo significativo che ho trovato nel testo di Alberto Magnaghi ed Anna Marson, Il progetto locale: un approccio per la costruzione dei paesaggi futuri. Puglia e Toscana a confronto è stato il riferimento ai beni naturali e culturali del patrimonio territoriale, che si coniuga con la produzione sociale del paesaggio, ai patti locali tra produttori (aziende agrosilvopastorali, operatori turistici, costruttori industriali e commerciali, produttori di impianti energetici, vivaisti, associazioni culturali ed ambientaliste…) e la partecipazione diretta degli abitanti.

I due autori ricordano come, ad esempio, il Piano della Puglia abbia attivato strumenti sia di programmazione contrattata, che di partecipazione. Si tratta di strumenti inseriti nelle norme tecniche come strumenti ordinari di gestione del Piano. Il Piano della Toscana, a sua volta, ha attribuito la funzione pattizzia ai propri istituti di concertazione ed all’Osservatorio del paesaggio, ai quali è stata affidata la messa in atto di strumenti di partecipazione, agevolati da una specifica legge, la 46 del 2013, ovvero dalla legge della Regione Toscana sulla partecipazione.

Un altro aspetto che trovo decisamente significativo, nel contributo di Magnaghi e Marson, è l’indicazione di una metodologia per la costruzione dei piani, che tiene conto della rappresentazione identitaria dei luoghi e dei loro beni patrimoniali, in tema di assetto idrogeologico, di caratteri ecologici, di sistemi insediativi, di strutture agroforestali…..il che mi ha ricordato le osservazioni di un geologo, Floriano Villa, per un certo periodo mio collega all’Università e presidente dell’ordina nazionale dei geologi, il quale, già negli anni ’70, ricordava come in Italia, ogni anno, vi fossero 3.000 frane, tutte prevedibili in una pianificazione che tenesse conto di alcuni valori idrogeologici nei piani urbanistici e di paesaggio, così come alluvioni, smottamenti, erosioni. (Vecchi, 1977, 1983). Una situazione che oggi è decisamente al punto di rottura.

Il contributo di Bruno Vecchio, “Paesaggio”: è possibile un accordo fra gli addetti ai lavori?, si caratterizza per una sorta di polemica nei confronti della visione del paesaggio che hanno sia gli ecologi che i geografi, al punto da sostenere (pag. 85) che il paesaggio non è un concetto scientifico.

Non concordo con questo punto di vista, in quanto ritengo che il paesaggio, nel suo insieme, debba essere considerato anche nei termini della landscape ecology o ecologia del paesaggio, come proposto da alcuni tra i più sensibili analisti italiani, quali Almo Farina, Vittorio Ingegnoli, Corrado Battisti (Farina 2006, Ingegnoli, 2011, Battisti et Alii 2013), per quanto ritenga corretto il fatto che Bruno Vecchio abbia una visione paesaggistica che pone in discussione alcune certezze di Magnaghi e Marson. Bruno Vecchio conduce anche un’attenta analisi tra la posizione di Paolo Castelnovi un urbanista del Politecnico di Torino e quella del geografo, dell’Università di Genova, Massimo Quaini. La posizione del geografo Quaini è che il paesaggio altro non sia se non il vissuto della popolazione (“la visione di paesaggio si può, con opportune attenzioni e tecniche, ricavare dal vissuto della popolazione”). Indubbiamente ci troviamo di fronte ad un approccio piuttosto vicino a quello proposto da Alberto Magnaghi, il cui fine primario è il progetto locale, nel quale, indubbiamente, il nodo del paesaggio ha un suo ruolo. L’urbanista Castelnovi ritiene, a sua volta, che sia fondamentale la “visione di paesaggio” da parte della popolazione e che quindi sia necessario svincolarsi dal tradizionale concetto di paesaggio, in base al quale esso può identificarsi e diventare appannaggio di pochi luoghi eletti, sulla base della posizione del geografo Claude Raffestin (Raffestin, 2005), secondo il quale, il paesaggio è, all’origine, essenzialmente il frutto di uno sguardo esterno sul territorio. Comunque sia, Castelnovi sostiene che la nozione di paesaggio, come percepita dalla popolazione, non possa essere quella da cui procedere per la formulazione di piani paesistici.

Nella sua relazione, Vecchio ricorda anche la posizione del geografo Giuseppe Dematteis, secondo il quale la ricostruzione storica non basta e quella dell’urbanista Bernardo Secchi, il quale, a fronte della necessità asserita di conservare, per i piani urbanistici della Toscana, l’impronta degli assetti storicamente ereditati, si chiede: “Cosa conserveremo?....Perchè questo cupo timore del futuro, questa rinuncia a riprogettare di continuo, come è stato sempre fatto?….” (Secchi, 1989).

Per concludere vorrei ricordare anche il contributo di Thomas Gilardi, Luci ed ombre dell’esperienza ligure, il quale approfondisce la problematica del recupero del paesaggio terrazzato delle Cinque Terre, tenendo conto che, sulla costa ligure, le pressione edilizia è stata maggiore e le eccellenze paesaggistiche ed ambientali di queste aree sono state, ma lo sono ancora oggi, molto più a rischio. Anche Gilardi ci ricorda i molti eventi alluvionali: a partire dagli anni ’50 del XX secolo si è assistito, in Liguria (fatto confermato da ciò che è avvenuto in questi giorni del novembre 2014), ad un aumento degli eventi alluvionali dovuti all’urbanizzazione. Gilardi ricorda come le aree terrazzate liguri coprano circa il 30% del territorio regionale e che l’abbandono del sistema terrazzato si identifichi come elemento di rischio geomorfologico. Molti processi di artificializzazione, in Liguria,hanno sostituito l’equilibrio idrogeologico naturale, attraverso un nuovo equilibrio “antropico” dovuto ai terrazzamenti, ma l’abbandono delle attività umane sui terrazzamenti ha alterato l’equilibrio antropico, innescando così fenomeni erosivi e dissesti.

Gilardi pone ben in evidenza come la creazione di un modello paesistico, che si modelli sulla base dell’equilibrio antropico, esiga un’attenta e presente azione umana in termini ambientali… Ci troviamo quindi di fronte alla necessità di portare molta attenzione ad alcuni punti fondamentali della Convenzione Europea del Paesaggio (CEP):

- alla necessità di progettare in modo partecipato

- al bisogno di rifarsi all’eredità storica dei territori

- ad una progettazione che sia effettivamente paesaggistica

- alle interazioni con le problematiche del “progetto locale”.

 

Vorrei ricordare anche i contributi di Fabrizia Letizia Cavallo e di Giovanni Simona, relativi a Altre acque in Veneto. Identità e destini dei paesaggi anfibi “marginali” ed ai Paesaggi sonori della natura: percezione, ecologia, identità per consigliare un’attenta lettura di questi testi, che sono una vera sfida alla banalità con la quale, in molte occasioni, è stata individuata la problematicità dell’analisi e della valutazione del paesaggio.

Vi auguro quindi una buona lettura degli atti di questo Convegno sul paesaggio e spero che ciascuno di voi tenga conto dei molti stimoli che questi testi sono in grado di fornire alla conoscenza.

 

Alberti M., 2008, Advances in Urban Ecology. Integrating Humans and Ecological Processes in Urban Ecosystems, Springer, New York.

Battisti C., Conigliaro M., Poeta G., Teofili C., 2013, Biodiversità, Disturbi, Minacce. Dall’ecologia di base alla gestione e conservazione degli ecosistemi, Forum, Udine.

Bettini V., 1996, Elementi di ecologia urbana, Einaudi, Torino.

Bettini V., 2004, Ecologia urbana, l’uomo e la città, UTET Libreria, Torino.

Farina A., 2006, Principles and methods in landscape ecology : towards a science of the landscape, Springer.

Frontier S., 1999, Les écosystèmes, Presses Universitaires de France, Paris, chapitre II, Dix Clés pour l’analyse des écosystèmes, pag. 23-74.

Ingegnoli V., 2011, Bionomia del paesaggio. L’ecologia del paesaggio biologico-integrata per la formazione di un “medico” dei sistemi ecologici, Springer.

Raffestin C., 2005, Dalla nostalgia del territorio al desiderio di paesaggio. Elementi per una teoria del paesaggio, Alinea, Firenze.

Secchi B., 1989, Un progetto per l’urbanistica, Einaudi, Torino.

Vecchi l., 1977, Di frana in frana. Intervista con Floriano Villa, Panorama, 22 febbraio 1977, pag. 90-96.

Vecchi L., 1983, Ancora frana. No, non è fatalità, Panorama, 3 gennaio 1983, pag. 54.