Riflessioni su Covid19 di R. Ratti

Riportiamo in questo ambito un’interessante riflessione di Remigio Ratti apparsa sul Cdt del 31 marzo 2020

L’OPINIONE / REMIGIO RATTI*
PANDEMIA E NUOVE PROSSIMITÀ
Il coronavirus si è ormai manifestato in tutta forza anche nella sua paradossale ambiguità: da un lato, è figlio della globalizzazione perché vive nello «spazio liquido» del ben noto paradigma dell’anywhere, anytim dall’altro, è maestro nel penetrare e modellare a suo modo il territorio, dove si diffonde per epidemia e senza perdere identità, mentre tiene tutti in scacco giocando sui tempi dell’incertezza. La capacità del virus di disegnare la sua rete seguendo specifici algoritmi della connettività epidemica fa riemergere il ruolo dello spazio e del tempo, due dimensioni troppo disattese della società contemporanea: se per il virus questo si traduce in una subdola e invisibile cartina planetaria del suo procedere spettrale, per noi questo è invece il momento di dare un’anima alla connettografia del nostro mondo interconnesso. Si tratta di non credere che con l’arrivo del vaccino anche questa quarantena sarà stata un incidente di percorso, sia pur secolare; di reagire non solo nel ricupero di quanto andato perso, ma di ritrovare la nostra territorialità. Ritrovare il rapporto di una comunità con il suo ambiente è, tra le altre, una delle lezioni da trarre, mettendo in evidenza i processi complessi attraverso i quali, e a scale diverse, una società crea una capacità di risposta e di gestione – verso l’interno e verso l’esterno – al mutamento. Abituato a pensare in termini di scenari, parto dal presupposto che vivremo per qualche anno una cruciale fase di transizione caratterizzata sia dall’accelerazione delle tendenze già in atto (digitalizzazione; telelavoro), sia da un riassetto strutturale della produzione e dei mercati; questo non tanto per la fine della globalizzazione, ma per la necessità di una sua diversa governanza pubblico-privata, da pensare contemporaneamente alle sfide sistemiche ambientali e climatiche. Un modo è quello di riscoprire lo spazio nelle sue componenti costitutive, in particolare in termini di nuove prossimità: dapprima, quelle della prossimità geografica, quindi dei territori e partendo dal basso, ritrovando le comunità locali, urbane e regionali per poi risalire le diverse scale spaziali. Ritrovando quelle prossimità transfrontaliere – oggi piuttosto bistrattate per il regresso nell’attuare almeno elementari politiche di vicinato – come pure prossimità nazionali e continentali in una visione di sovranità solidali, sia pur a scale differenziate. Per questo ci vogliono regole del gioco che presuppongono delle prossimità istituzionali, idealmente costruite su principi di sussidiarietà, libertà e responsabilità condivise che purtroppo stridono con le tendenze sotterranee
della stretta difesa dell’acquisito. Citiamo la necessità di convergenza di fondo nel riassetto della costruzione europea, dal quale dipende di fatto il nostro avvenire. Infine, i vettori d’innovazione e di adattamento dinamico ai nuovi megatrend della società nasceranno attorno a prossimità organizzative, frutto del coinvolgimento di tutte le componenti sociali e di nuove imprenditorialità. Le risposte del dopo COVID-19 dovranno sempre fare
i conti con i mercati, ma questi saranno «mercati aumentati», come dalla terminologia dell’intelligenza artificiale, grazie alle forze sinergiche di nuove forme e reti organizzative dell’economia civile. Restando sul conosciuto, prendiamo l’esempio del bio, del chilometro zero o delle smart cities. Dopo la valanga di miliardi per le misure macroeconomiche e sociali della fase di emergenza occorre pensare e anticipare i processi lenti, ma strategici, della costruzione di nuove prossimità ed equilibri territoriali.

  • professore, economista del territorio