Abitare la Terra dopo la pandemia. Una lettura geografica della crisi

Claudio Ferrata, Gea-associazione dei geografi, 11.5.2020

La crisi

Nelle lunghe e drammatiche settimane che hanno accompagnato la diffusione del coronavirus, un nuovo lessico è entrato prepotentemente nel nostro modo di rappresentare la realtà: pandemia, curva di contagio, salto di specie, virus, distanza sociale, confinamento, e poi riapertura, fase 2, ecc., segnale dell’affermazione di un mondo pericoloso e inabituale rispetto alla nostra quotidianità. Abbiamo anche assistito alla costruzione di una narrazione globale che ha avuto sia una dimensione medica sia una dimensione politica e operativa. Una narrazione che, tra l’altro, ha messo in discussione il racconto dominante della “globalizzazione felice”. Di questo si potrà poi discutere. Ma, per riprendere una immagine che sovente è stata utilizzata, non abbiamo vissuto una guerra, quanto piuttosto una crisi.

La parola crisi raccoglie molti temi. Originariamente questo termine stava per “separare” e, in senso più lato, “discernere”, “valutare”. Ha poi assunto il significato di periodo di tensione, di cambiamento rapido, di peggioramento, di sconvolgimento di un assetto e di un equilibrio. Una crisi rinvia sempre a un sistema e alla sua organizzazione e, in quanto abbiamo vissuto tra marzo e maggio 2020, si sono specchiati molti fenomeni: il funzionamento dei sistemi sanitari, quello degli Stati e dei loro apparati, la funzionalità delle frontiere, il nostro rapporto con la scienza, le capacità di reazione individuale, il funzionamento dell’economia, le relazioni internazionali, e molto altro ancora. Una crisi può essere considerata come uno “spettro”, attraverso il quale leggere e interpretare una serie di fatti grandi e piccoli diversi tra loro e evidenziare le fragilità e vulnerabilità del nostro mondo e del modo con il quale ci avviciniamo alla Terra: “le virus travaille le monde” diceva il geografo Michel Lussault nelle sue cronache pubblicate su You Tube (Lussault, 21 marzo). Nella medicina ippocratica Krisis designava il momento in cui una malattia manifestava in modo certo i propri sintomi, cosa che permetteva la giusta diagnosi e la cura appropriata (Morin, 2015, p. 46).  La crisi è un laboratorio che ci è utile per studiare “in vitro” l’evoluzione della società ed è un momento privilegiato per comprenderne i suoi disfunzionamenti, ma può anche essere colta quale presupposto per un cambiamento. In discussione vi è un equilibrio costituito da rapporti con la natura caratterizzati dalla dominazione, da un determinato modello di sviluppo, da specifici valori e obiettivi che una società si dà. Non approfittare di una situazione simile per trarre qualche conclusione sarebbe un errore, “sprecare una crisi è un crimine”, ricordava Bruno Latour.

Oggi che non siamo più nell’emergenza, possiamo tentarne una lettura. E lo vorremmo fare adottando uno sguardo di tipo geografico centrato sulla nozione di “abitare” – qui intesa nella sua portata più ampia, abitare la casa, la città, la Terra – che dovrebbe permetterci di interrogare il modo con il quale gli individui e gruppi sociali costituiscono una relazione con il mondo e il funzionamento degli spazi nei quali vivono.

Dentro e fuori

Inizialmente non possiamo non ricordare che, nei primi mesi del 2020, siamo stati confinati all’interno delle nostre abitazioni. Gli eventi che ci hanno così pesantemente toccato, hanno evidenziato il funzionamento degli spazi ma anche la loro dicotomia: spazi pubblici/spazi privati, spazi aperti/spazi chiusi, socialità/intimità, una dialettica che è stata dettata dalla contrapposizione tra sicurezza e pericolo. Il nostro modo di abitare ci è apparso in modo più chiaro e ha acquisito nuove dimensioni. Ci siamo forzatamente ricentrati sulla casa, sulla dimora e i suoi valori. Questa è diventata uno spazio sicuro e protetto, come la capanna e il riparo di un tempo. I collegamenti video hanno spesso mostrato la dimensione intima di chi ci parlava da casa in remoto e che si specchiava nella biblioteca, nella cucina, nella sala: una messa in scena di uno spazio privato che mai avremmo immaginato di vedere. L’affaccio sull’esterno avveniva attraverso il balcone che, in molti casi, è diventato luogo di socialità e solidarietà. Una breve e fugace passeggiata ci permetteva di riconnetterci con lo spazio più vasto del quartiere e, quando ci avventuravamo fuori, incontravamo una città nella sua essenzialità architettonica: strade vuote, facciate di palazzi che si rivelavano nella loro imponenza, piazze inquietanti, silenzio. Abbiamo sperimentato la triste ma potente estetica delle città svuotate. Una tra le immagini più forti in questo senso è stata quella di un Pontefice che all’imbrunire pregava per la fine della pandemia in una Piazza San Pietro minerale e completamente vuota. Chi ha potuto disporre di un giardino ha avuto la possibilità di confrontarsi con uno spazio vegetale, ma anche il giardino è uno spazio circoscritto e chiuso. La radice indoeuropea gher dalla quale deriva la parola giardino ha il significato di chiusura e di recinto. Spesso è privato o è condiviso da pochi, come lo era l’hortus conclusus medievale. In fondo il giardino rappresenta bene il paradigma di questi spazi chiusi che manifestano di un ritiro dal mondo in una realtà controllata e in una natura domesticata e carica di simboli. Tra l’altro il giardino ci ricorda che il lavoro del giardiniere può essere visto come la metafora delle attenzioni che dovremmo prestare alla cura del nostro “giardino planetario”, come dice bene Gilles Clément.

Si può pensare che il ricentramento sulla casa che abbiamo evocato abbia portato molti verso una introspezione che, per riprendere le parole di Gaston Bachelard, ci ha permesso di riscoprire una personale topografia. In un saggio del 1957 dal titolo La poétique de l’espace, il filosofo francese aveva analizzato la casa, dalla cantina al granaio, la capanna, il nido, la dialettica fuori e dentro, introducendo quella che aveva chiamato “topo-analisi” (da topos, luogo), intesa come lo studio psicologico sistematico dei luoghi della nostra vita intima. Bachelard ci ha fatto capire che il luogo dove risiediamo è costitutivo della nostra personalità.

Ecologia e geografia

Consideriamo la dimensione ambientale della crisi. Geografia, salute e epidemiologia hanno sempre intrattenuto relazioni intense. Maximilien Sorre, uno dei discepoli più autorevoli di Vidal de la Blache, autore di Les fondements biologiques de la géographie humaine (1943), relativizzava il ruolo del determinismo legato alle forze dell’ambiente per introdurre la nozione di “complessi patogeni” (propri di determinati ambienti ma pure legati a fattori umani quali densità, migrazioni, stili di vita). Con questo suo studio, opera significativamente sottotitolata Essai d’une écologie de l’homme, Sorre ha portato un contributo non indifferente alla costruzione di una moderna ecologia umana. Più avanti, negli anni cinquanta, la ricerca sulla diffusione spaziale delle innovazioni dello svedese Torsten Hägerstrand – il padre della time-geography –, introduceva nuovi strumenti utili per l’analisi della diffusione delle malattie. Altri, come Peter Gould con il suo importante studio sulla diffusione dell’AIDS, The slow plaque a Geography of the Aids pandemic (1993), hanno permesso di modellizzare la diffusione di un’epidemia. Questi autori ci ricordano non solo che la geografia ha una importante dimensione ecologica ma che le epidemie hanno una preponderante dimensione geografica e spaziale. Utilizzando la visione dell’ecologia umana, potremmo dire che la pandemia ha coinvolto le tre grandi sfere che reggono il funzionamento del nostro ambiente: la bio-logica, l’eco-logica, la socio-logica. Originata da un virus aggressivo in grado di intaccare e debilitare gli umani, essa ha toccato innanzitutto la bio-logica. Ciò è da collegare a quello che Jared Diamond ha chiamato “il dono fatale”: i peggiori killer dell’umanità si sono evoluti a partire da infezioni animali. Il “salto di specie” è avvenuto, a quanto pare, in un wet market di Wuhan. Tutto ciò ci ha pesantemente ricordato che, in quanto esseri viventi, siamo sottomessi alle leggi della biologia, un “paradigma perduto” per evocare Edgar Morin. Ma “nessun uomo è un’isola; nessuna donna è un’isola, nessun pipistrello, pangolino, zibetto o gorilla lo è. Siamo tutti connessi alla storia evolutiva e dal nostro dover coesistere su un pianeta così piccolo. Condividiamo spazi, condividiamo risorse e a volte, può capitare, condividiamo virus”, diceva David Quammen (un autore che abbiamo imparato a conoscere) in una intervista apparsa su La Lettura (22.3.2020). Se per determinati aspetti (soprattutto culturali) siamo diversi da altri viventi, siamo comunque parte della natura. La crisi coinvolge anche l’”eco-logica”, cioè il modo di funzionamento dell’ambiente. Siamo infatti riusciti a modificare e a destabilizzare determinati ecosistemi (come le foreste tropicali), perturbando così la distribuzione delle specie viventi. A una scala più grande, e con impattanti effetti locali – anche se al momento il tema è scomparso dalle prime pagine dei giornali – dobbiamo ricordare la questione del mutamento climatico. Comunque, oggi capiamo meglio la portata della nozione di Antropocene, un concetto che ha assunto una grande portata, oltre che scientifica, anche simbolica e che non possiamo più considerare la natura come una esteriorità e una alterità. Dobbiamo infine evocare la “socio-logica”. La crisi ha infatti toccato pesantemente il funzionamento dei sistemi sociali a partire dalla dimensione economica, ai trasporti, alla limitazione della nostra autonomia, ecc.  Concentriamoci sulla dimensione spaziale.

Globalizzazione e iperspazialità

Siamo ben consapevoli del fatto che la crisi sanitaria (così come quella climatica) ha assunto una dimensione planetaria. Ma questo carattere era già presente al momento dello “scambio colombiano” e dell’”imperialismo ecologico” studiati dallo storico Alfred Crosby negli anni Novanta. Il primo che ha portato al di qua e al di là dell’Atlantico piante, animali, malattie, il secondo che ha esteso questi scambi al mondo intero. La diffusione del coronavirus è stata veramente un fenomeno globale per vari motivi: la sua pervasività, la sua rapida diffusione, e pure per il fatto che i mezzi di comunicazione ci hanno permesso di seguire, passo dopo passo, le sue mosse, o almeno una parte importante. Comunque, la diffusione del coronavirus che si è estesa rapidamente sull’intero pianeta e al di là delle frontiere statali (anche se poi queste hanno svolto un loro ruolo regolatore), ci dice molto del funzionamento dello spazio geografico e delle sue connessioni. I geografi sanno bene che la diffusione di un’epidemia rende esplicita la struttura dello spazio geografico, infatti la diffusione ha assunto toni diversi con il mutare e l’intensità della struttura dei collegamenti spaziali. Una malattia è un fenomeno che si propaga in una struttura: se non si comprende quest’ultima non si comprende nemmeno la sua propagazione (Gould, 1988, p. 243).

Indipendentemente dalle scale e dagli ordini di grandezza ai quali possiamo riferirci, lo spazio è strutturato dalle tecnologie che sono all’opera in un certo momento. Oggi queste permettono di connettere ogni luogo del mondo (e non solo in modo virtuale), un’ulteriore testimonianza del fatto che il modo è diventato un unico sistema, e un aspetto di quella che Michel Lussault chiama “iperspazialità” (Lussault, 2017). La malattia si è poi diffusa là dove l’interazione sociale era più intensa, dove l’urbanizzazione era dominante e pervasiva, essa ha seguito le dinamiche dello spazio e delle mobilità umane e, per diffondersi, si è avvalsa in modo opportunistico delle varie combinazioni offerte delle forme della mobilità umana. Ha dunque approfittato dell’intensa connettività che caratterizza il mondo contemporaneo.

Se il fenomeno ha avuto una dimensione planetaria, le modalità del contagio e dell’impatto, così come le risposte di politica sanitaria, si sono poi manifestate a livello regionale, e quindi sono state abbastanza eterogenee in funzione della diversità dei sistemi politici e culturali locali. Sono così emerse differenze importanti. Perché, ad esempio, il Portogallo è stato meno colpito della Spagna la quale ha dovuto subire pesanti conseguenze? Nelle sue cronache, Michel Lussault ha proposto di considerare cinque punti per valutare le differenze di diffusione. (1) innanzitutto le modalità di introduzione del virus (attraverso il turismo internazionale e nazionale, le concentrazioni eccezionali di individui in stadi, feste e manifestazioni), la presenza di individui portatori di una carica virale importante; (2) le caratteristiche socio-demografiche della popolazione (presenza anziani, esistenza di patologie quali ad esempio l’obesità, le disuguaglianze sociali e spaziali, ecc.) hanno svolto un ruolo importante; (3) le condizioni e la robustezza dei sistemi sanitari e di cura sono state ovviamente significative ; (4) così come la preparazione preventiva a situazioni di crisi sanitaria da parte dei poteri pubblici e le capacità di reazione degli individui; (5) infine, come abbiamo già sottolineato, la configurazione geografica e le modalità di funzionamento degli spazi (ad esempio un sistema urbano interconnesso con numerosi centri in relazione permanente e ben collegati da infrastrutture per la mobilità della Lombardia), hanno svolto un ruolo importante. Le caratteristiche della densità non sono da dimenticare, comunque più che la semplice densità occorrerebbe evidenziare le relazioni spaziali all’interno di un certo spazio. In ultima analisi si potrebbe dire che, se la globalizzazione è una tendenza che porta verso la generalizzazione di determinati fenomeni e rende uguali le varie parti del mondo, essa non fa sparire le specificità regionali e locali, anzi, attraverso una relazione dialogica, queste sono state all’origine di una marcata differenziazione degli effetti dell’epidemia (Lussault, 16 aprile 2020).

Spazi di relazione

Consideriamo meglio la dimensione spaziale e urbana mettendo al centro gli individui e la loro interspazialità, così come il ruolo dello spazio pubblico. Nella letteratura geografica, architettonica e urbanistica, lo spazio pubblico designa luoghi che appartengono a un ambito liberamente accessibile, che corrisponde a un luogo di incontro e di dibattito, uno spazio in cui è possibile una pratica sociale e che rende possibile la mixité e l’urbanità, due tra le maggiori poste in gioco delle politiche di urbanismo, vale a dire fare società. Che ne sarà dello spazio pubblico? Ci si potrà ancora incontrare liberamente?

La nostra vita è una vita di relazione che si svolge nello spazio. Il nostro corpo si colloca sempre in uno spazio ed è attraverso esso che ci relazioniamo con gli oggetti della città e con le persone. Lo spazio è la trama della nostra esistenza individuale e sociale, dell’azione pubblica e delle pratiche spaziali. In questo senso il territorio è una grande arena sociale e permette il pieno dispiegamento dell’agire umano. È quella che Angelo Turco ha chiamato “sociotopia” (Turco, 2010, p. 127). Alla luce delle misure prese per combattere il coronavirus, le nozioni di distanza e di densità, e che reggono la nostra spazialità, hanno assunto nuove forme e posto precisi problemi. La questione della distanza interpersonale e della presenza di persone nello spazio pubblico, è stata, ed è tuttora, al centro delle preoccupazioni. Dobbiamo mantenere una adeguata distanza nella strada, nei negozi e nelle superfici commerciali, nei ristoranti e nei locali pubblici, nei musei e nelle sale da concerto, nelle arene sportive: anche alla micro-scala delle relazioni interpersonali la spazialità della nostra vita quotidiana è stata stravolta. È quella “dimensione nascosta” (in quanto esprime abitudini interiorizzate e non oggettivate) individuata più di cinquanta anni fa da Edward Hall. Mettendo in evidenza una vera antropologia dello spazio, questo studioso aveva evidenziato la presenza di diversi tipi di distanza interpersonale in funzione delle situazioni e delle culture. Egli aveva individuato una “distanza intima” (quella della lotta del conforto, della protezione); una “distanza personale” (quella di una piccola sfera protettiva, dei convenevoli occasionali); una “distanza pubblica” (che si situa al di là della sfera di coinvolgimento). Ora le prime due sono certamente messe in discussione. Nel momento in cui viviamo, la distanza tra le persone non è più dettata dalla socialità o dall’affettività, bensì dalle forme di prevenzione che dobbiamo adottare davanti al contagio, c’è ora una sola distanza, quella della sicurezza: una nuova prossemica si è così installata.

La crisi contro l’urbanità

Le relazioni tra condizioni sanitarie e urbanistica sono sempre state intense. L’urbanistica moderna si è sviluppata nel Diciannovesimo secolo seguendo la dottrina dell’igienismo e cercando una risposta ai “miasmi” della città industriale. La medicina dell’epoca aveva infatti messo in evidenza una stretta relazione tra ambiente e mortalità. A partire dalla scoperta del medico John Snow il quale, cartografando nel 1854 la distribuzione dei deceduti, aveva individuato la relazione tra acque inquinate distribuite dalle pompe di quartiere e la diffusione del colera a Soho. La carta redatta da Snow mostrava una configurazione che, attorno a una pompa che distribuiva acqua contaminata, disegnava una nebulosa che diminuiva con la distanza. Vennero così, a poco a poco, sviluppati i sistemi fognari e le reti idriche nelle maggiori metropoli europee, Londra, Parigi, Vienna, e anche le città più piccole seguirono lo stesso modello: la circolazione dei flussi e la scienza idraulica divennero il paradigma del buon funzionamento e della gestione della città Zucconi, 2001).  Adottando altre forme, i “boulevard d’isolement” dell’urbanistica coloniale separavano la città indigena da quella bianca e coloniale con l’intento di limitare la diffusione delle malattie (anche se occorre dire che la separazione non era solo dettata da una visione sanitaria ma anche da una volontà di segregazione).

Quali potrebbero essere le risposte dell’urbanistica contemporanea per minimizzare le possibilità di contagio? Dovrà trattarsi di un adattamento momentaneo o le nuove norme dovranno estendersi sul lungo periodo, modificando definitivamente il volto delle nostre città? Capiremo più avanti quali tracce questa esperienza epidemica lascerà sulla nostra concezione dello spazio. Non sappiamo sino a che punto la domestichezza con il telelavoro che nel frattempo abbiamo acquisito, la possibilità di fare scuola a distanza senza la compresenza di allievi e docenti nell’aula, la volontà di praticare l’e-commerce e altre forme di interazione favorite dall’informatica potranno contribuire a trasformare i nostri sistemi di insediamento e l’uso dello spazio. È certo che l’informatizzazione della società ha ricevuto un grande aiuto e sicuramente assisteremo a una sua intensificazione (che d’altra parte era già in corso). Nel contempo alcune città hanno preso misure concrete allargando i marciapiedi, incentivando ulteriormente la mobilità individuale con la messa a disposizione di nuove piste ciclabili. Si potrebbe creare all’interno di una città compatta nuovi e ampi spazi verdi dove le persone possano incontrarsi mantenendo le dovute distanze e basse densità. Ciò che permetterebbe pure di limitare la temperatura di quelle isole di calore che sono le città. Il modello del parco ottocentesco dotato di vasti prati accessibili (Regent’s Park di Londra o il Bois de Boulogne e il Bois de Vincennes a Parigi, o ancora il Central Park di New York), o la città giardino, proposta originariamente da Ebenezer Howard e realizzata in contesti diversi, andavano già in questa direzione. Si potranno anche considerare le pratiche spaziali nel tempo intervenendo sui tempi sociali e sulla “cronogeografia” desincronizzando i tempi di lavoro e di frequentazione della città, riorganizzando i ritmi urbani per evitare eccessivi assembramenti (non tutti devono essere nel medesimo posto nel medesimo momento) e quindi scandendo la vita urbana diversamente (Paquot, p. 251, 252). Sono pure state introdotte apposite applicazioni per smartphone con l’intento di tracciare una possibile diffusione del contagio. Tecnologie che si vanno ad aggiungere alla videosorveglianza e al riconoscimento facciale già diffusi in molte città, generando così un ulteriore “controllo biopolitico” proprio della società della sorveglianza.

Questi temi riguardano le relazioni interpersonali nello spazio pubblico, nei mezzi di trasporto, nei luoghi di lavoro o di studio, e pongono il problema non solo di come abitare, ma soprattutto di come co-abitare. Per molti aspetti, la distanza che siamo tenuti a rispettare nello spazio pubblico è la negazione della stessa idea di città tradizionale. La densità è una componente fondamentale dell’idea di città da quando questa è nata, vale a dire da 5.000 anni: la città è per eccellenza il “luogo della massimizzazione dei rapporti sociali”, è il luogo di incontro, anche casuale, e della mescolanza. Occorrerà forse mettere in discussione l’idea di densità contraddicendo anche le recenti visioni della pianificazione del territorio che promuovono lo “sviluppo centripeto”? Non esiste città senza densità. Pensiamo per esempio all’Ensanche di Barcellona, il quartiere sorto con i grandi lavori di sviluppo ottocentesco progettato da Idelfonso Cerdà, che oggi ha una densità 800 ab/ha. A questo proposito, la città americana, Los Angeles in particolare, è una sorta di eccezione. Essa si è sviluppata con basse densità e si estende per chilometri nell’insediamento rado dei suburbs facilmente raggiungibili con l’automobile e che si avvale del mall per i suoi approvigionamenti. Ma lo sprawl che si è diffuso anche nel nostro paese con una intensa periurbanizzazione, non è per niente soddisfacente dal punto di vista della sostenibilità. Comunque, la crisi ci spinge a “ripensare l’urbanistica” non solo per trovare soluzioni alle contingenze immediate della pandemia. Quindi, se una parte delle risposte devono venire da una nuova organizzazione dello spazio e del suo rapporto con il tempo, occorre che queste risposte non annullino le possibilità di socializzazione e di incontro che sono state proprie della città per molti anni. Non vorremmo che tutto ciò portasse alla fine dell’urbanità (da urbanitas, la vita a Roma e, per estensione, la qualità morale di ciò che appartiene alla città) così come l’abbiamo sinora intesa, vale a dire come un insieme di valori condivisi dai cittadini che permettono di “fare città”, come una modalità di abitare individualmente e collettivamente il territorio e la città.

“Non possiamo tornare alla normalità, perché il problema era la normalità”

Come tornare alla normalità, ci siamo chiesti a più riprese durante la crisi? “Non possiamo tornare alla normalità, perché il problema era la normalità stessa”, diceva lo slogan diffuso dalla casa editrice libertaria elèuthera. Un’affermazione perentoria e rivoluzionaria. Se condividiamo le osservazioni iniziali sulla nozione di crisi, siamo ora tenuti a criticare la “normalità” di ieri e i suoi modelli, e a non ricercarla e a ricostituirla. Non possiamo sprecare la crisi senza pensare a un nuovo modo di abitare la Terra. Come dicevamo all’inizio di questa riflessione, la crisi è uno ”spettro” attraverso il quale leggere la realtà ed evidenziarne le fragilità. Da questo evento è uscita una nuova realtà che deve essere vista come l’occasione per un ripensamento. Il mondo globale dovrà organizzarsi in funzione di obiettivi e priorità diversi rispetto agli attuali e la cura del territorio è uno di questi. Occorre riconsiderare la nozione di ecumene (da oikos, abitazione) di cui parlava già Strabone (oikoumenê gê)per designare le terre abitate, una nozione poi ripresa dai geografi di inizio Novecento per qualificare il mondo occupato dall’uomo. Ma l’ecumene non deve essere intesa solo come occupazione della Terra da parte della popolazione umana, deve piuttosto essere vista come la Terra in quanto luogo abitato dalle culture umane e come appartenenza della stessa umanità alla distesa terrestre. Tutto ciò ci porta a pensare alle modalità che adottiamo per abitare la Terra e a considerare una nuova “etica dell’ecumene”(Berque, 1997) che non rimandi a una concezione astratta e metafisica della Terra, ma che presti attenzione alla sua fondante dimensione geografica. Riscoprire la Terra è, prima di altro, riscoprine la sua geografia.

Fonti

Bachelard Gaston, La poétique de l’espace, Paris, PUF, 1994.

Berque Augustin, Être humains sur la Terre, Paris, Belin, 1997.

Gould Peter, Il mondo nelle tue mani. Introduzione alla nuova geografia, Milano, Franco Angeli, 1988.

Gould Peter, “Epidémiologie et maladie”, Bailly A., Ferras R., Pumain D. (sous la dir.), Encyclopédie de la Géographie, pp. 991-1011, 1993.

Hall Edward, La dimensione nascosta, Milano, Bompiani, 1988.

Morin Edgar, Insegnare a vivere, Milano, Raffaello Cortina, 2015.

Morin Edgar, Sur la crise, Paris, Flammarion, 2020.

Lussault Michel, Chronique Géo-Virale, Blog de recherche de l’Ecole urbaine de Lyon, cronache pubblicate su You Tube dal 21 marzo 2020, https://medium.com/anthropocene2050/chroniques-géo-virales-e144c57db628.

Lussault Michel, Hyper-Lieux. Les nouvelles géographies de la mondialisation, Paris, Seuil, 2017.

Paquot Thierry, Un philosophe en ville, Gollion, Infolio, 2016.

Turco Angelo, Configurazioni della territorialità, Milano, Franco Angeli, 2010.

Zucconi Vittorio, La città dell’Ottocento, Roma-Bari, Laterza, 2001.